LA DIFFERENZA TRA LA RICOSTRUZIONE NEL SECONDO DOPOGUERRA E L’ESPANSIONE EDILIZIA DEL BOOM ECONOMICO

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Il Secondo Dopoguerra è caratterizzato da due fasi consecutive ma molto diverse quali la Ricostruzione e il Boom Economico.
Nel 1945, alla fine della guerra, le condizioni dell’Italia erano critiche.
Le infrastrutture e le fabbriche erano state distrutte o danneggiate dai bombardamenti, l’inflazione aveva quasi annullato il valore del denaro e la popolazione era ridotta allo stremo.
Era necessario ripristinate le infrastrutture, dare una casa agli sfollati e contenere l’inflazione.
Si intervenne in una struttura sociale prevalente agricola e in una situazione di povertà diffusa e di grande disoccupazione.
Il 1948 fu l’anno in cui iniziò la ripresa economica e sociale del nostro paese.
Venne approvata la nuova Costituzione, si tennero le prime elezioni politiche aperte anche alle donne e iniziò l’attuazione del Piano Marshall.
Per uscire da quello stato di miseria e di carenza di cibo, di case e di vestiario di base, furono determinanti gli aiuti arrivati con il Piano Marshall che contribuì con circa 1,2-1,5 miliardi di dollari, equivalenti a decine di miliardi di euro attuali.
Gli Stati Uniti non donarono i soldi direttamente alle aziende, ma fornirono i beni e le materie prime, quali grano, carbone, cotone, petrolio, macchinari industriali, etc.… al governo italiano che poi le vendette ai privati e agli imprenditori locali, che pagarono in lire italiane.
Il denaro ricavato dalla vendita di quei prodotti, finì in un conto speciale, gestito dal governo italiano assieme ai delegati americani dell’ECA (Economic Cooperation Administration), per essere utilizzato nella realizzazione di opere pubbliche e per consentire alle banche pubbliche come l’IMI, di sostenere le industrie per l’acquisto di attrezzature e macchinari tramite l’erogazione di prestiti agevolati a lungo termine.
Il settore della meccanica, della siderurgia e, in particolare, l’industria automobilistica, come la FIAT, ricevettero quote molto rilevanti di finanziamenti.
Tramite l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) lo Stato ricostruì le infrastrutture e con il piano Casa per l’edilizia popolare, rispose alla domanda di residenza dei lavoratori.
La Ricostruzione è stata la fase del “riparare e sopravvivere”, mentre il Boom Economico è stata quella del “modernizzare e consumare”.
Per accogliere le centinaia di migliaia di famiglie che dal meridione, poco industrializzato, emigrarono nelle città industriali, furono costruiti, soprattutto da imprese private, nuovi quartieri e nuove periferie, provocando un’espansione urbanisticamente disordinata.
Mentre le città del nord crebbero, la popolazione più giovane e dinamica della Calabria, Basilicata, Campania e Sicilia emigrarono verso il nord, provocando lo spopolamento dei loro paesi.
La richiesta di nuove abitazioni causò il fenomeno della speculazione edilizia che arricchì parecchi “palazzinari” assieme ai loro compari politici.
Il meccanismo speculativo si basava sul ritardo o sull’assenza di adeguati Piani Regolatori Comunali.
Gli speculatori contando sull’espansione della città, acquistarono terreni agricoli a basso costo e, attraverso le “giuste conoscenze” amministrative, riuscirono a renderli edificabili per poi costruire interi quartieri ad altissima densità.
In quei nuovi quartieri la presenza di spazi verdi e di servizi quali le scuole, i trasporti pubblici e le infrastrutture primarie era quasi inesistente.
La stessa Legge Urbanistica del 1942, non prescrivendo adeguati controlli pubblici, consentì deroghe continue e una crescita urbana caotica.
La situazione attuale è la conseguenza della corsa al cemento di quegli anni che ha consumato circa 1,6 milioni di ettari di suolo agricolo e naturale.
I quartieri dormitorio, il degrado delle periferie, la trasformazione dei nostri centri storici da ecosistemi urbani vivi a parchi tematici a cielo aperto, l’enorme patrimonio edilizio abbandonato e non utilizzato, la perdita, spesso irreparabile, del nostro paesaggio naturale e storico, sono le conseguenze del boom edilizio senza limiti e privo della pianificazione necessaria durante gli anni che vanno dal 1950 in poi.
La speculazione edilizia del boom non ha nulla a che vedere con la legittima necessità di fornire un’abitazione a milioni di italiani colpiti dai danni della guerra.
Il boom edilizio è stata una corsa irresponsabile ai grossi guadagni derivanti dalla costruzione di volumi di cemento, dal consumo di suolo, dai tagli di boschi e da uno sviluppo caotico delle città.
Dopo decenni di espansioni urbane spesso incontrollate e di eccessiva cementificazione, diventa necessario e indifferibile adottare un tipo di pianificazione territoriale che tuteli gli ecosistemi e promuova uno sviluppo sostenibile nel rispetto delle risorse naturali.

Giorgio Massignan (Pres. Verona Polis)

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