
In questi ultimi anni Giuseppe Garibaldi ha subìto e sta subendo un processo di revisionismo storico e culturale.
Le più accese sono state e sono quelle dei movimenti meridionalisti e neoborbonici.
La spedizione dei Mille non viene più intesa come una “liberazione”, ma come una vera e propria annessione forzata del Regno delle Due Sicilie da parte del Regno di Sardegna. A Garibaldi viene contestato di non essere riuscito a mantenere la promessa di limitare i grandi latifondi e di redistribuire le terre ai contadini del Sud.
Ma la realtà storica è diversa. Garibaldi, sei giorni dopo lo sbarco a Marsala, emanò ad Alcamo il Decreto che aboliva la tassa sul macinato dei cereali e sulle immissioni dei cereali introdotte dai Borbone e, dopo la conquista di Palermo, firmò il decreto che stabiliva che le terre demaniali comunali, dello Stato o della Corona, venissero suddivise tra coloro che si fossero battuti per la patria, o ai suoi eredi in caso di morte. La parte rimanente delle terre sarebbe stata distribuita, per sorteggio, ai capi famiglia poveri e non possidenti. Purtroppo, l’amministrazione sabauda non applicò i decreti e ai notabili siciliani rimasero sia i vecchi privilegi che i grandi latifondi. I contadini meridionali provarono una forte delusione nei confronti dello Stato italiano appena nato, ma non di Garibaldi che, una volta “regalato” l’intero meridione al re, era stato messo da parte con tutti i suoi garibaldini.
Molti contadini siciliani interpretarono i decreti come l’inizio di una rivoluzione sociale, che permettesse loro di occupare le terre dei grandi proprietari terrieri e cacciarli. Il 2 agosto a Bronte, i contadini stanchi dell’ostruzionismo dei notabili locali che si opponevano alla cessione dei propri privilegi, occuparono le terre della Ducea inglese, un immenso latifondo donato dai Borbone agli eredi dell’ammiraglio inglese Horatio Nelson e gestito dai ricchi notabili locali, e trucidarono 16 persone, tra cui nobili, ufficiali civici, un notaio e il barone locale con i suoi figli e appiccarono incendi. Se la ribellione non fosse stata repressa con estrema durezza, rischiava di estendersi ad altri comuni, creando grossi problemi alla continuità della spedizione per unire l’Italia, oltre a perdere l’appoggio politico e militare della Gran Bretagna. Il 6 agosto Bixio arrivò a Bronte con un battaglione di camicie rosse e istituì un tribunale militare di guerra che decretò la pena di morte per i cinque presunti colpevoli, che furono fucilati.
Nel 1868, Garibaldi, scriverà una lettera amara, disillusa e potente ad Adelaide Cairoli, che per la causa risorgimentale aveva perso ben quattro figli: “I Savoia gestirono l’annessione del Regno delle Due Sicilie, mantenendo tutti i privilegi dei notabili locali, non permettendo ai contadini di avere le terre promesse e rispondendo alle reazioni violente dei “briganti” con feroci e sanguinose rappresaglie … Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili … “
Va segnalato che in alcune delle bande di briganti o meglio, di ribelli al potere sabaudo, militavano non pochi ex garibaldini meridionali che si erano uniti ai Mille durante la spedizione.
Anche l’accusa di trasportare sulle sue navi dei lavoratori cinesi semi-coatti, i cosiddetti coolies, è stato ampiamente dimostrato che è falsa. Così come risulta falsa l’accusa di essere stato un pirata nei mari del Sudamerica nel 1836. Garibaldi ha agito con una regolare lettera di corsa che, in uno scenario di guerra, gli consentiva di abbordare e catturare le navi dello stato nemico.
In Sudamerica, dove rimase per ben 12 anni, non andò per arricchirsi, ma combatté con i ribelli della provincia del Rio Grande do Sul, che si erano rivoltati contro l’Impero del Brasile per fondare una repubblica indipendente e quando, nel 1842, l’Uruguay venne invaso dal Brasile, tornò a imbracciare le armi, fondando la Legione Italiana con le camicie rosse avute in saldo dai resti di una fornitura per i macellai.
Garibaldi si tenne sempre informato sulle vicende italiane e nel 1848 tornò in Italia per combattere nelle rivoluzioni del Risorgimento.
Nel 1849 partecipò alla Repubblica romana e divenne il capo militare per la sua difesa contro le forze francesi e papaline. Quando la Repubblica cadde, Garibaldi fuggì verso nord cercando di raggiungere Venezia, ma nel frattempo era caduta. Sperava di essere accolto nel Regno di Sardegna, che però temeva che la sua presenza potesse provocare nuove rivoluzioni in favore della repubblica. Così, fu arrestato a Chiavari e gli fu imposto di scegliere tra la prigione e l’esilio. Scelse l’esilio e sbarcò a New York, dove lavorò come operaio nella fabbrica di candele di Antonio Meucci. Nel 1854 Garibaldi ritornò in Italia e si stabilì nella sua isola di Caprera. Nel 1859, nonostante i dissidi, Cavour e Vittorio Emanuele II gli affidarono il comando dei Cacciatori delle Alpi, per combattere nella Seconda Guerra d’Indipendenza.
Nei giorni 5 e 6 maggio 1860, con circa 1.000 volontari, soprattutto borghesi, studenti e artigiani con le celebri camicie rosse, si imbarcò da Quarto su due piroscafi commerciali, il Piemonte e il Lombardo e, con la complicità nascosta delle autorità sarde partì da Quarto per la Sicilia. Nei giorni 1 e 2 ottobre, a ridosso del fiume Volturno, si svolse il più duro scontro campale della spedizione che i garibaldini, rinforzati da migliaia di volontari accorsi da tutta Italia e dall’estero, vinsero.
La sfiducia della vecchia classe dirigente ferdinandea e di alcuni esponenti dello stato maggiore dell’esercito che, probabilmente corrotti, non si opposero efficacemente all’avanzata dei garibaldini, facilitò il crollo del Regno. Indubbiamente l’Inghilterra appoggiò e aiutò la spedizione, sperando che la formazione di un nuovo stato europeo che si affacciava sul Mediterraneo, indebolisse la presenza francese in quelle acque e limitasse l’influenza austriaca sulla penisola. Ma, tranne l’Inghilterra, la gran parte degli altri stati europei, con in testa quello pontificio, ostacolarono la spedizione dei Mille. Quando Cavour capì che, inaspettatamente, Garibaldi stava vincendo, non perse tempo ad assecondarne politicamente il successo e inviò, in tutta fretta, l’esercito regio con a capo lo stesso re Vittorio Emanuele II, per facilitare l’annessione al Piemonte dell’intero Sud Italia. Garibaldi non aveva alcuna intenzione di proclamarsi dittatore delle Due Sicilie, non nutriva interessi personali ed era totalmente disinteressato alle ricchezze e al potere. Il 26 ottobre le truppe garibaldine si incontrarono con quelle sabaude a Teano e, durante quell’incontro, Garibaldi cedette tutte le sue conquiste al re Vittorio Emanuele II. Nonostante le conquiste e il dono che Garibaldi fece al re, senza nulla chiedere in cambio, i garibaldini furono snobbati dallo Stato Maggiore sabaudo e lo stesso Vittorio Emanuele II non concesse gli onori militari all’esercito vincitore. Garibaldi e le sue Camicie Rosse, nei giorni successivi, furono oggetto di una serie di pesanti sgarbi istituzional che li amareggiarono profondamente. I generali sabaudi nutrivano una forte gelosia per i successi di un comandante così diverso da loro, che non rispettava le loro regole accademiche e che trattava i soldati allo stesso modo degli alti ufficiali. Non nascondevano la loro ostilità aristocratica nei confronti di un esercito irregolare, composto da volontari, con poca disciplina e rispetto verso i superiori. A tutto questo si aggiunse il timore da parte di Cavour e dei conservatori piemontesi per le vecchie idee repubblicane e rivoluzionarie di Garibaldi, che lo rendevano un personaggio scomodo e ingovernabile. Garibaldi, amareggiato per l’irriconoscente comportamento del Re, rifiutò sdegnosamente i titoli nobiliari e le ricchezze che Vittorio Emanuele II gli offrì per “liquidarlo” e si imbarcò per l’isola di Caprera con un sacco di sementi e uno di fave.
Nel mese di agosto del 1862, Garibaldi tentò di conquistare Roma con circa duemila uomini. Lo fermarono sull’ Aspromonte i bersaglieri italiani, che spararono sui garibaldini, il generale si frappose tra i due schieramenti e venne ferito alla coscia sinistra e al collo del piede destro.
Nel 1866 Garibaldi aiutò Petko Kiryakov Kaloyanov a organizzare il “Battaglione Garibaldi” nella rivolta di Creta del 1866-1869.
Nonostante i contrasti con i politici e i generali del giovane Regno d’Italia, nel 1866 Garibaldi accorse a combattere nella Terza Guerra d’Indipendenza contro l’Impero Austriaco per liberare il Veneto, Mantova, Trento e Trieste. E fu l’unico generale, assieme all’ex generale garibaldino Medici, a vincere contro gli austriaci.
Per Garibaldi la questione di Roma era un tarlo che lo tormentava, così nel 1868, anziché godersi gli agi da parlamentare eletto, con circa 4700 volontari, si mosse per liberare la città eterna. Affrontò le truppe pontificie e le sconfisse ma, quando a Mentana si scontrò con i francesi, armati con i nuovi fucili Chassepot a retrocarica, dovette fermarsi. Fu arrestato e rinchiuso a Varignano. Liberato, tornò a Caprera e, per protesta per l’inerzia dello Stato italiano, si dimise da deputato.
Nel 1870-1871, durante la guerra franco-prussiana, nonostante due anni prima avesse combattuto contro i francesi di Napoleone III, con un gruppo di volontari corse a difendere la neonata Terza Repubblica francese dall’attacco prussiano in nome della libertà dei popoli.
Victor Hugo affermò che “soltanto Garibaldi era intervenuto in difesa della Francia, al contrario di nazioni o re”.
Garibaldi è stato un grande patriota e combattente e, pur ritenendo lecita l’uccisione dei nemici in battaglia e dei traditori in tempo di guerra, nel 1861 si batté per l’abolizione della pena di morte.
Fu un amante della natura e degli animali, che ebbe come compagni nella sua residenza di Caprera. Nel 1871, su esplicito invito di una nobildonna inglese, lady Anna Winter, contessa di Southerland, Giuseppe Garibaldi incaricò il suo medico personale, il dottor Timoteo Riboli, di costituire una Società per la Protezione degli Animali, inserendo la signora Winter e lui stesso tra i soci fondatori e presidenti onorari.
La società è conosciuta come Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA).
In tarda età, per rispetto della vita degli animali, Garibaldi divenne quasi vegetariano e rinunciò alla caccia, una sua grande passione fin da giovane.
Nonostante avesse passato quasi tutta la sua vita sui campi di battaglia, trascorse l’ultima parte della sua esistenza impegnandosi per la pace tra i popoli.
Riteneva fosse lecito usare la forza militare solo per liberare le nazioni e difendersi dai nemici.
Trascorse i suoi ultimi anni a Caprera in carrozzina, bloccato dai forti dolori dovuti all’artrosi e alle varie ferite che subì durante la sua vita avventurosa.
Giorgio Massignan
