
Carlo Pisacane (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857).
Prima di Garibaldi, Carlo Pisacane, un napoletano, tentò l’impresa di liberare il Regno delle Due Sicilie dai Borboni, mobilitando le popolazioni del sud Italia.
Nel 1847, intorno ai trent’anni, Pisacane si dimise, con il grado di sottotenente del genio, dall’esercito borbonico.
Nel giugno 1848 partecipò alla rivoluzione di Parigi, in seguito alla quale Luigi Filippo d’Orléans abdicò.
Come capitano comandante prese parte ai moti milanesi e fu ferito gravemente. Ristabilitosi, entrò come volontario nell’esercito sabaudo per combattere nella Prima Guerra d’Indipendenza.
L’8 marzo 1849, come commissario di guerra, assieme a Goffredo Mameli, Giuseppe Garibaldi, Aurelio Saffi, Giuseppe Mazzini e altri, difese la Repubblica Romana.
Dopo la caduta di Roma, il 3 luglio 1849 fu arrestato e imprigionato in Castel Sant’Angelo. Liberato si rifugiò prima a Marsiglia, poi Losanna.
Si era avvicinato alle idee del socialismo utopistico e libertario pre-marxista di François-Noël Babeuf e Filippo Buonarroti. Sia la Carboneria che la Giovine Italia e, anni più tardi, il socialismo europeo, furono influenzati dai principi di Filippo Buonarroti che Pisacane aveva fatto propri.
Seguendo i principi di libertà, uguaglianza e fraternità, sostenne che non si sarebbero potuti realizzare senza che la società fosse rifondata su basi egualitarie. Affermava che si dovesse intervenire prima sulla questione sociale e solo dopo su quella dell’istruzione e della formazione del popolo. La rivoluzione nazionale doveva scaturire dalla rivoluzione sociale.
Su questa strategia, Pisacane si trovava in contrasto con il pensiero mazziniano.
Aveva una posizione vicina a quella dell’anarchico russo Bakunin. L’ ideologia bakuniniana aveva influenzato parecchi patrioti italiani, tra i quali Garibaldi.
Come Proudhon, anche Pisacane credeva che lo scopo della rivoluzione non fosse uno stato centralizzato, sul modello giacobino, ma un governo essenzialmente anarchico e non gerarchico. Proudhon è considerato il padre dell’anarchismo moderno, inteso non come caos ma come ordine fondato sulla libertà e sull’autogoverno. Fu un teorico del mutualismo, una forma di socialismo basata su cooperazione, credito popolare e autogestione.
Il 26 giugno 1857, Pisacane, con altri ventiquattro rivoluzionari, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sbarcò a Ponza e, sventolando il tricolore, liberò 323 detenuti dei quali, solo poche decine, arrestati per reati politici, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Alla sera arrivarono nelle vicinanze di Sapri.
Il 30 giugno furono ben accolti dalla popolazione di Casalnuovo.
Durante la marcia verso Napoli, si fermarono a Padula. Liberarono i carcerati e assaltarono le case dei nobili, ma non trovarono le masse a sostenerli.
I nobili e i preti, avevano sobillato i contadini contro i ribelli, tra i quali c’erano banditi ben conosciuti. I gendarmi borbonici aggredirono Pisacane e i suoi, ne ammazzarono 53 e li costrinsero a ritirarsi all’interno di Padula. Altri 150 furono arrestati. Pisacane, con Nicotera, Falcone e pochi altri superstiti fuggirono a Sanza.
All’alba del 2 luglio, le campane del parroco, don Francesco Bianco, avvertirono il popolo dell’arrivo dei “briganti”. I ribelli furono aggrediti e massacrati a colpi di roncola, pale e falci. Perirono in 83 e Pisacane si sparò per evitare di cadere prigioniero, mentre Nicotra fu arrestato. Perirono in 83 e Pisacane si sparò per evitare di cadere prigioniero, ma non morì e fu trasporto in carcere in condizioni critiche, dove cessò di vivere.
Pisacane ebbe una figlia dalla fedele compagna Enrichetta Di Lorenzo, che condivise i suoi ideali rivoluzionari, l’esilio e le lotte patriottiche.
Durante la spedizione dei Mille, Nicotera fu liberato. Si avviò alla carriera politica diventando Ministro dell’Interno. Mantenne una promessa morale fatta all’amico, ne adottò legalmente la figlia Silvia e protesse economicamente Enrichetta fino alla sua morte.
La celebre poesia “La spigolatrice di Sapri” fu scritta dal poeta e patriota Luigi Mercantini in memoria dei patrioti di Carlo Pisacane.
Le prime strofe:
Eran trecento, eran giovani e forti,
e sono morti!
Me ne saliva il mattino a spigolare,
quando ho vista una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è rivoltata,
è rivoltata e pervenuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.
Eran trecento, eran giovani e forti,
e sono morti!
