Introduzione

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INTRODUZIONE

Anticamente le città sorgevano in zone protette e difendibili, dove si trovava l’acqua, i terreni erano fertili e la natura permetteva la vita.

Spesso, gli antichi luoghi abitativi, scelti per la presenza di elementi naturali che garantivano la sopravvivenza, si trasformavano in centri per gli scambi commerciali e/o in nuclei fortificati.

Ma, in tutti i casi, la città rappresentava un luogo di vita, inteso come un ambiente in cui c’era la presenza di essere viventi, di attività e di funzioni diverse, di comunicazione, di scambi tra gli abitanti e soprattutto di elementi naturali, come l’acqua, l’aria e la terra non inquinate, che permettevano la sopravvivenza.

Verona nacque sulle rive dell’Adige. Prima sotto Colle San Pietro, poi all’interno dell’ansa del fiume.

Dall’Adige la città ricavava i mezzi per vivere: si dissetava, irrigava la campagna, pescava, traeva energia dalla corrente, si difendeva, e comunicava con le altre zone toccate dal fiume.

La forma della città è stata determinata proprio dalla presenza del fiume, definendo un rapporto diretto e naturale tra il tessuto urbano e l’Adige.

Nella città romana, medievale, veneziana e austriaca, sino a quella di fine ‘800, parte del tessuto viabilistico urbano si concludeva alle rive del fiume con stradine finali, chiamate vo’.

Per secoli, l’Adige ha rappresentato il maggiore e più utilizzato canale di comunicazione tra le zone di lingua tedesca, Verona e l’Adriatico.

Sino alla fine del 1800 tra Verona e il suo fiume, si era mantenuto un rapporto diretto, anche se spesso le forze della natura invadevano la città con la potenza distruttiva delle acque dell’Adige.

Ma, dopo l’alluvione del settembre 1882, l’Adige venne canalizzato. Il fiume fu considerato un elemento della natura negativo, da imbrigliare e magari sopprimere. Così fu messo in sicurezza canalizzandolo con la costruzione dei muraglioni e l’interramento del canale dell’Acqua Morta e di tutti gli altri canali minori che facevano di Verona una città d’acqua.

Da quel momento l’Adige fu considerato un elemento inopportuno, che occupava inutilmente spazio e che al massimo poteva servire come scarico delle acque fognarie della città e dei rifiuti.

L’elemento della natura che aveva fatto decidere dove realizzare un luogo di vita, la città di Verona, era stato separato dal tessuto urbano.

In seguito, anziché migliorare la qualità urbana di Verona, si è considerato il territorio non più un luogo di vita, ma un’opportunità per implementare la rendita fondiaria.

Le esigenze economico-speculative, soprattutto dal 1945 in poi, non hanno riconosciuto l’importanza di mantenere in buona salute gli elementi naturali necessari per la salute delle città contemporanee, ma hanno seguito i parametri dettati dall’economia immobiliare, con gravi e dannosi esiti sul paesaggio, sulla collettività e sul benessere pubblico.

Le conseguenze non hanno riguardato solo l’estetica della città e le sue caratteristiche paesaggistiche e culturali, ma la salute stessa degli abitanti, costretti a vivere in un ambiente non salubre.

Il Ministero della Salute, qualche anno fa, ha reso noto il numero degli italiani che ogni anno muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico: oltre 34.500.

La civiltà industriale, priva di etica e proiettata solo al profitto, ha perpetrato e continua a perpetrare la devastazione del paesaggio e lo sfruttamento eccessivo e/o l’inquinamento delle risorse naturali, creando ambiti territoriali disumanizzanti.

Per questo, risulta indispensabile modificare radicalmente lo studio e la pianificazione, collegando le scienze naturali con quelle sociali, per definire un sistema organico in contrapposizione alle tendenze strettamente specialistiche. L’esasperazione tecnicista e funzionalista, ha prodotto la città industriale, separando l’uomo dai cicli naturali e provocando il degrado sociale e la ghettizzazione.

La città è un organismo indivisibile in cui natura e società sono fusi assieme e dove la natura e il paesaggio non devono essere considerati scenari, ma elementi fondamentali per l’organizzazione del territorio e degli equilibri sociali.

L’urbanistica, troppo spesso, è stata limitata alla sola tecnica ingegneristica e, non di rado, usata per giustificare scelte non attinenti alle reali esigenze della comunità.

La pianificazione urbanistica deve rispondere ai bisogni materiali e spirituali delle persone e delle collettività che vivono sul territorio.

La città va intesa come un organismo vivente che si evolve in base alle reali esigenze dei suoi abitanti. Evoluzione che non significa crescere ed espandersi indiscriminatamente, ma modificarsi sulla base del suo metabolismo, del consumo di energie e di risorse per la sua vita.

L’Agenda ONU 2030, invita a percorrere uno sviluppo sostenibile con gli obiettivi della tutela ambientale, dell’inclusione sociale e dell’efficienza ed efficacia economica.