Ancora sulla Fondazione Cariverona

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Le seguenti note scritte da Fausto Caliari sono molto importanti e andrebbero lette attentamente.  Spiegano chiaramente la politica della Fondazione Cariverona e, soprattutto, chi decide le scelte urbanistiche di Verona. Ricordo che l’avvocato che preparò la strategia per i Magazzini Generali è l’attuale capogabinetto del sindaco Tommasi e la legale che ha permesso, in deroga, il cambio d’uso per la realizzazione di un hotel in via Garibaldi è la vicesindaca, nonché assessora all’urbanistica.

Giorgio Massignan coordinatore Veronapolis
Veronapolis

 


La più grande cella frigorifera d’Europa degli anni ’30

La Fondazione Cariverona amministra il suo patrimonio immobiliare nell’idea che lo stesso venga messo a reddito. Ne sono l’esempio i famosi gioielli cittadini vincolati ad uso culturale, i palazzi scaligeri e Castel San Pietro, restaurati per aumentarne il valore immobiliare ma non finalizzati all’uso destinato poiché la spesa dell’ allestimento non ne accrescerebbe il valore immobiliare. E questo a danno della città che ne rimane scippata. Il sospetto è che questa politica è valsa per palazzo Bottagisio di via Leoni ( ex Provincia ) acquisito e subito rivenduto e valga anche per la ex caserma Principe Eugenio, avuta a basso prezzo sempre grazie al meccanismo di sdemanializzazione che se trasformata in studentato, potrebbe liberarsi del vincolo di utilizzo della stessa a scopi sociali. L’affitto a prezzi di mercato/o convenzionati con contributi dall’ ente universitario, liberebbe l’immobile dal vincolo per accrescerne finalmente il valore immobiliare. Fin qui si potrebbe affermare che essendo un ente privato, la Fondazione è libera di fare ciò che vuole. Sappiamo invece che proprio per i suoi intenti statutari una fondazione che amministra i gioielli cittadini dovrebbe come minimo confrontarsi con la città e non mi riferisco solamente alle sue istituzioni… Che la Fondazione sia un vero e proprio potere sulla città ne è invece la dimostrazione la vicenda degli ex MG. Sempre sfruttando il suo particolare statuto di soggetto non profit, privato e autonomo, la Fondazione ha potuto acquisire un area demaniale a basso costo a patto di dare concretezza al PRUTTS che prevedeva come tutti sanno il vincolo di trasformare il compendio in utilizzo culturale, pena la rescissione del contratto stesso di sdemanializzazione. Il progetto di Botta e del suo auditorium era la firma delle sue intenzioni, un grimaldello necessario a convincere la “città” dei suoi benemeriti scopi sapendo al contempo che nessuno sarebbe stato in grado di pagarne l’affitto a prezzi di mercato, ne tanto meno tutti gli altri edifici del compendio. Bastava una semplice e rapida ricerca di mercato per capirlo, cosa che la Fondazione avrà senz’altro fatto, operando sostanzialmente con i criteri di redditività di una banca. La legge sulla sdemanializzazione prevede che se non riesci a portare a termine quando convenuto, dovresti restituire l’area lasciando ad altri potenziali soggetti acquirenti, o al Comune stesso proprietario dell area, il compito di realizzare il progetto del PRUTTS ovvero l’utilizzo a scopi culturali/sociali. La Fondazione quel piano non l’ ha mai presentato in tempo e sfruttando le inerzie della burocrazia ha via via lasciato intendere la vera natura della sua operazione: Una speculazione edilizio/finanziaria forse oltre i limiti di legge perché la messa a reddito ha comportato un danno alla collettività sia in termini di utilizzo del patrimonio per la mancata destinazione d’uso culturale, condizione necessaria per la sdemanializzazione dell’area, che per la distruzione del compendio di archeologia industriale, unico in Italia e non solo, e per questo giustamente vincolato. Alla base di queste scelte c’è come minimo un idea anacronistica di cosa sia una città, profondamente lontana dall’idea della pianificazione partecipata che nel caso dei MG se applicata, non avrebbe ridotto l’area ad un cantiere sottraendone l’uso per 20 anni, e non ci sarebbero state le distruzioni perpetrate e soprattutto con ogni probabilità avremmo un pezzo di città ad indirizzo culturale e sociale, come lo era prima. Pensate per esempio cosa si poteva fare con il canone annuo di € 430.000 percepito dalla Fondazione per l’affitto dei locali occupati dall’ Archivio di Stato traslocato nell’area dalla precedente sede propria; la foglia di fico che è servita alla burocrazia per confermare il meccanismo di sdemanializzazione dell’area ad uso culturale e quindi la vendita a basso costo. La prescrizione della Soprintendenza a riguardo dei lavori di restauro da eseguire nell’ area per gli edifici vincolati, e non certo di ristrutturazione, era chiarissima, imponeva tra l’altro che: ” I lavori dovranno rispettare caratteri tipologici e stilistici dei manufatti, con particolare attenzione agli elementi decorativi e di arredo funzionale ancora presenti, che concorrono a caratterizzare marcatamente la fisionomia di ciascun edificio in relazione alle funzioni originarie”. Le sentenze del Consiglio di Stato a seguito dei ricorsi sulla rigidità del vincolo lo ribadirono ben due volte. Và inoltre ricordato che prima l’area MG era utilizzata seppur parzialmente con destinazioni d’uso culturale in linea con le indicazioni del PRUTTS ( Interzona, Teatro Tenda e deposito scenografie areniane, etc etc), e non abbandonata come recita la vulgata. A commento delle polemiche sollevate da pochissimi per la verità, tra cui Massignan, sul cambio di destinazione d’uso e sui lavori eseguiti in occasione dell’ultimo edificio ristrutturato sopravvissuto allo scempio (la Stazione Frigorifera), ricordo che Botta dette del bugiardo a chi glielo fece notare e l’allora Soprintendente Tinè ebbe a dire: “Meglio cercare nuove funzioni che ne rendano possibile la riqualificazione e una nuova vita: Anche a costo di qualche sacrificio materiale facendo salvo lo spirito del luogo e la sua identità formale sostanziale.”(Corriere di Verona del 27-09-2022).

Il qualche sacrificio nella pratica ha significato che quasi la metà degli edifici del compendio vincolato degli MG sono stati abbattuti e i cinque con vincolo integrale sono stati stravolti e ne andrebbe verificata la legittimità. Non mi stancherò mai di ripetere per i non addetti che il vincolo è lo stesso che tutela l’Arena ma ovviamente se rigore scientifico e sensibilità culturale dovrebbero condurre allo stesso tipo di approccio, le metodologie di intervento trattandosi di due monumenti profondamente diversi, sono per forza risolte distintamente ma nel caso MG esse furono decisamente invasive, oltre il consentito. Quale altro soggetto privato avrebbe potuto realizzare i probabili abusi con il tacito accordo di tutti gli enti coinvolti nel controllo dell’operazione? A conti fatti il compendio degli Ex MG come tale non esiste più e la città è ancora alla ricerca di luoghi in cui si pratichi cultura partecipata, come quella che venne vissuta e praticata all’interno dell area per oltre 20 anni e a costo zero peraltro. Solamente un istituzione come la Fondazione ben coperta politicamente poteva portare a termine una simile operazione. La vicenda MG riguarda il passato ma la Fondazione Cariverona responsabile del disastro comanda ancora questa città o per lo meno esercita un forte potere di sudditanza. Il piano Folin che riguarda una sostanziale parte del centro storico e più in generale una certa idea di città ci ricorda che la Fondazione sfruttando cavilli e scorciatoie della burocrazia al fine di perseguire i propri interessi legati alle rendite fondiarie tornerà ad esercitare pressione sul futuro di Verona, il cui destino non può essere lasciato nelle sole mani di Mazzucco e pochi altri. Ps: Scrivo queste righe nella speranza di portare un contributo ad una maggior consapevolezza della storia cittadina e dei suoi meccanismi decisionali. Avendo seguito da vicino la triste sorte degli ex MG, diciamo per amore e per competenza professionale, sono a disposizione di coloro che volessero saperne di più.

Fausto Caliari

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