LA PESTE A VERONA

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Verona, come gran parte delle città europee, conobbe varie epidemie. Fin dal Medioevo, per assistere i contagiati, furono realizzati, fuori dalle mura cittadine, ospizi religiosi; luoghi adibiti anche a dare ospitalità ai poveri, mescolando contagiati e indigenti, con l’effetto di propagare le contaminazioni.
Il luogo dove venivano raccolti i contaminati, era presso la Chiesa e il Convento del Crocefisso, nel quartiere dei Filippini, dove oggi vi è l’ex macello, sulla riva dell’Adige. Gli ammalati venivano imbarcati e trasportati nei luoghi predisposti al loro, spesso ultimo, ricovero.
Sino alla costruzione del Lazzareto al Pestrino nel 1628, le imbarcazioni con i contagiati si dirigevano al convento-ospedale di San Giacomo e Lazzaro alla Tomba, nell’odierno Basso Acquar, a valle dell’Adige, sotto vento, con ampie zone verdi. Quando gli ospizi e i conventi non erano sufficienti ad accogliere gli ammalati, questi venivano distribuiti in baracche, chiamate casotti, collocate lungo il fiume in zona Boschetto, su isolotti e spiagge abbandonate.
Nel XIV secolo, portata dalle navi dei mercanti genovesi che provenivano dalla città di Caffa in Crimea, la pesta giunse in Europa, e da allora divenne endemica.
Nei primi giorni di marzo del 1630, il morbo colpì pesantemente Verona, portato da Francesco Cevolini, reduce dalle battaglie nel mantovano tra Veneziani e Imperiali. Il soldato, si stabilì in una camera a pigione in contrada San Salvatore in Corte Regia. Denunciando sintomi di malessere, si fece visitare da un medico locale, che non diagnosticò la peste. Ma, dopo cinque giorni dal suo arrivo a Verona, Cevolini morì, senza che nessuno immaginasse per quale terribile causa.
La salma venne sepolta normalmente e, nonostante ci fosse qualche dubbio, per non ostacolare l’economia e non creare il panico, le autorità veneziane non diedero l’allarme sanitario. Pochi giorni dopo, la locandiera, la sua famiglia e quasi tutti gli abitanti della contrada, morirono di peste.
Mentre i medici più illustri dibattevano animosamente se si trattava di peste oppure no, il contagio si espanse in tutta la città, causando parecchie vittime.
A quel punto, anche le autorità si mossero, chiudendo le case infette, isolando le persone sospette di contagio e bruciando le masserizie. Valutata la situazione di emergenza, causa l’epidemia, la Serenissima nominò Provveditore alla Sanità Aloise Vallaresso che, appurata la gravità della situazione, emanò un Decreto con provvedimenti più restrittivi:
  • Verona venne chiusa e fatto divieto di entrare in città, esclusi i contadini che fornivano beni primari per l’alimentazione;
  • gli accattoni furono espulsi;
  • le case colpite dal morbo chiuse e contrassegnate con una grande croce;
  • gli edifici in cui vi furono delle vittime, vennero fumigate e le pareti imbiancate con calce viva.

La gran parte degli abitanti, convinti del rischio provocato dalla peste, aveva accettato il nuovo decreto; ma alcuni continuarono a dubitare che si trattasse di peste e non accolsero benevolmente le imposizioni delle autorità. La risposta degli amministratori ai ribelli fu durissima: vennero imprigionati o addirittura giustiziati e gli furono confiscati i beni.

Nonostante i duri provvedimenti, la peste dilagò e colpì democraticamente preti, poveri, ricchi e nobili come i Sagramoso, i Verità e i Malaspina, esponenti del clero, come il vescovo Alberto Valier e con lui anche cinquanta dei settanta ecclesiastici che componevano la curia. Lo stesso monastero di San Zeno si ridusse a pochi monaci.
I morti dovevano essere sepolti immediatamente, ma mancando i luoghi e i ministri del culto, i cadaveri furono soprattutto bruciati. In poche settimane ci furono oltre 30.000 vittime, con un calo della popolazione urbana da 56.000 a 21.000 abitanti e un tracollo della popolazione della campagna da 250.000 a circa 52.000 individui. Nei territori della Repubblica di Venezia, la popolazione calò del 42%. La vita della città cambiò completamente. La gente viveva isolata e terrorizzata di incontrare un appestato. Rimaneva solo miseria e squallore. Nel lugubre silenzio, emergeva il rumore dei carri dei monatti che trasportavano i morti per essere tumulati, e i malati sulla riva dell’Adige, al Ponte Navi, per essere imbarcati e condotti al Lazzaretto del Pestrino, finito di costruire due anni prima, nel 1628.

Il Lazzaretto al Pestrino

Nel 1548, Giangiacomo Sanguinetto, probabilmente ridimensionando un preesistente progetto di Michele Sanmicheli, progettò la struttura del Lazzaretto, per isolare gli ammalati contagiosi.
Si scelse di localizzarlo nell’ansa dell’Adige al Pestrino, dove sorgeva il convento di San Pancrazio, un luogo isolato, ma facilmente raggiungibile attraverso il fiume.
I lavori iniziarono nel 1549 e si conclusero nel 1628, due anni prima della terribile pestilenza.
La struttura fu realizzata in un’area rettangolare, cintata da mura merlate con lo scopo di evitare la fuga degli ammalati o l’ingresso di persone non abilitate e poteva accogliere diverse centinaia di persone. Cinquantun arcate ai lati maggiori e ventiquattro ai minori, circondavano, al centro del cortile, un tempietto di forma rotonda con doppio perimetro di colonne, con il giro più interno a sostenere una cupola, sotto la quale c’era una cappella. I porticati con archi a tutto sesto, corrispondevano alle varie celle. Delle torri angolari erano adibite ai servizi comuni. Gli ammalati erano suddivisi in quattro settori ben distinti. Un’opera di grande pregio architettonico, ma risultata non sufficiente a rispondere ai bisogni di un’epidemia di portata del tutto inimmaginabile.
Durante l’apice del contagio, al Lazzareto vennero ammassati fino a 5.000 persone.
Francesco Pona, scrisse che il numero eccessivo di morti, costrinse a rinunciare allo scavo di fosse comuni, dovendo optare per la più veloce soluzione di gettare i corpi nel fiume.
Quella del 1630, fu l’ultima pestilenza che colpì Verona. Da quella data, l’attività dell’Ospedale per le malattie infettive diminuì ed anche la struttura edilizia iniziò a subire una lenta ma inesorabile decadenza fisica. Alla fine del 1700, terminò di essere utilizzata come luogo di ricovero sanitario e il grande complesso fu trasformato in un deposito di esplosivi. Mantenne questa funzione anche durante la seconda guerra mondiale, durante la quale subì i danni di una prima esplosione. Nell’aprile del 1945, lasciato incustodito dai tedeschi in fuga, fu invaso da decine di persone che cercavano di recuperare l’ottone dei bossoli delle munizioni. La mancanza di attenzione e di prudenza nel trattare i proiettili e la polvere da sparo, provocò una seconda e più potente esplosione che, oltre a causare circa trenta vittime e molti feriti, ridusse l’intero Lazzaretto nelle condizioni in cui si trova oggi. Nel 1960, fu parzialmente ristrutturato il tempietto centrale. Dal 2014 al 2021 è stato affidato al FAI, che ha avviato una parziale bonifica, interrotta per la mancanza di fondi necessari. Il FAI ha riconsegnato il Lazzaretto al Comune di Verona ma, un’associazione di cittadini, “Amici del Lazzaretto”, ne sta curando la tutela e la valorizzazione

Giorgio Massignan coordinatore Veronapolis
Veronapolis

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