Quale futuro per Verona

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Quale futuro per Verona: città della storia, della cultura, dell’arte? Oppure della logistica, dei traffici, degli affari?… Conoscere il passato, essere protagonisti del presente, pensare al futuro.

23rd Photographic Reconnaissance Squadron (United States Army Air Force) – Verona – 06/04/1945 – QUOTE & FOCAL LENGTH: 24.500 feet, 24 inches

1 – LA RICOSTRUZIONE DI UNA CITTA’ DISTRUTTA, LE TRASFORMAZIONI URBANISTICHE, LA RIPRESA E LO SVILUPPO DELLE ATTIVITA’ ECONOMICHE.

Quale futuro vi potrà essere per Verona, città che è stata nel recente passato testimone di un’infinità di avvenimenti, subendo, in particolare dopo la fine della seconda guerra mondiale, notevoli trasformazioni? Quali potranno o dovranno essere le scelte da compiere,in modo condiviso, per correggere eventuali anomalie conseguenti ad alcune scelte del passato, forse frutto di decisioni autoritarie, oppure frettolose? Credo che una risposta a tutto questo potrebbe essere tentata, dopo aver rivisitato il recente passato, per comprendere gli avvenimenti intervenuti dal dopo guerra a oggi, e in particolare dagli anni 1950. E vediamo il perché!

La città di Verona è stata pesantemente danneggiata, e in parte distrutta, dagli eventi bellici della seconda guerra mondiale, combattuta dal 1940 al 1945.

Carlo Vita, figlio del primo Sindaco di Verona, nel descrivere l’attività politica e amministrativa di suo padre Aldo Fedeli, ricorda in questo modo qual era la situazione a Verona il 25 aprile 1945, dopo la liberazione dalle truppe dell’esercito tedesco:

“Verona era pressoché ed ovunque danneggiata o distrutta dalla guerra…Tutti i nove ponti sull’Adige erano stati fatti saltare dai tedeschi in fuga nella notte fra il 24 e 25 aprile del 1945… molte strade di collegamento con i diversi centri nevralgici erano impercorribili… Tutti i servizi pubblici erano paralizzati e risultavano danneggiate il 60% delle case, di cui 8.000 distrutte completamente, con 95.000 vani sinistrati… La stazione Ferroviaria di Verona Porta Nuova era stata rasa al suolo, la diga del Chievo ed il canale Camuzzoni erano entrambi fuori uso con la conseguente impossibilità di produrre energia…” (Aldo Fedeli, il Sindaco della ricostruzione di Verona, a cura di Carlo Vita – CIERRE Edizioni – Gennaio 1997)

In quella situazione Aldo Fedeli, socialista, designato dal “Comitato di Liberazione Nazionale” il 25 Aprile del 1945 per ricoprire la carica di sindaco della città di “Verona Liberata”, e insediato con pieni poteri dal “Comandante Militare Alleato della Quinta Armata” dell’Esercito degli Stati Uniti d’America, il Generale Edgar Ershine Dume, iniziò la difficile opera per la ricostruzione di una città distrutta.

Aldo Fedeli sin da subito si adoperò per dare un governo alla Municipalità appena risorta, che fosse condiviso fra le diverse rappresentanze politiche. Chiamò a raccolta tutte le forze disponibili per liberare la città dalle macerie e per ridare un pasto caldo ed un riparo a coloro che ne erano privi, iniziando così, e in modo concreto la ricostruzione di Verona.

Negli anni a seguire e con l’avanzare delle varie fasi della ricostruzione, iniziarono a sorgere nuove realtà urbane, destinate a ridisegnare e a espandere la città di Verona.

Fra queste nuove realtà urbane intendo ricordare: Borgo Trieste, Borgo Santa Croce, Orti di Spagna, Quartiere Navigatori, Quartiere Saval, Borgo Nuovo, Zona Stadio, Golosine-Santa Lucia, Borgo Primo Maggio, località Palazzina, Quartiere Sacra Famiglia, e ancora altri luoghi e frazioni del nostro Comune.

Erano gli anni durante i quali, grazie alla legge n. 43 del 28 febbraio 1949 ed approvata dal primo governo De Gasperi, allo scopo di “Dar attuazione in tutta Italia ai provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori” (Piano Casa Fanfani), sorsero anche a Verona molte iniziative di natura edilizia, che hanno modificato significativamente lo stato dei luoghi, l’equilibrio del territorio e l’assetto urbanistico della città.

Con tali iniziative, collocate forse frettolosamente sulle diverse zone del comune di Verona, vennero realizzati migliaia di nuovi alloggi e case popolari, incrementando notevolmente con questi la popolazione stabilmente residente nella nostra città.

Nel frattempo l’Amministrazione del Comune di Verona venne assunta dal Sindaco Giovanni Uberti, già Prefetto della città dopo la liberazione.

Verona viveva in quei difficili anni la sua rinascita, ma anche una frenetica e forse frettolosa trasformazione sul piano urbanistico e in quello demografico.
Di ciò viene data conferma confrontando i dati del censimento del 1951, dal quale risultava che la popolazione residente nel comune capoluogo era in quel tempo di 178.415 abitanti, diventati, con il censimento del 1961 di 221.001 residenti, e aumentati nel decennio appena trascorso di ben 52.586 unità.
L’incremento della popolazione di quel periodo e le conseguenti trasformazioni urbanistiche, ma anche e soprattutto l’evolversi delle attività economiche, forse si erano verificate senza un’adeguata pianificazione. E questo probabilmente per rispondere alle necessità di quegli anni conseguenti alla nascita di nuove imprese, allo sviluppo delle diverse attività industriali e commerciali, ma anche dal passaggio di decine di migliaia di persone dal mondo e dalle attività legate all’agricoltura a quelle manifatturiere, con la trasmigrazione di molti soggetti dal mondo rurale verso altri settori o comparti, che animavano le nascenti aree industriali di Verona.
Questi eventi, è giusto ricordarlo, hanno interessato e coinvolto in primo luogo i residenti dei 98 comuni della Provincia di Verona, ma con una particolare incidenza quelli residenti nelle colline e nelle montagne veronesi.

Da allora sono trascorsi oltre 70 anni, durante i quali tre generazioni di veronesi si sono succedute e integrate nei vari contesti urbani, modificando spesso i luoghi e le abitudini di quei tempi.

2 – L’UTILIZZO DEL SUOLO

     Non c’è dubbio che l’incremento demografico registrato dopo gli anni ’50 nel veronese, con le trasformazioni urbanistiche che lo hanno accompagnato, possano aver agito non sempre con armonia ed equilibrio rispetto alla scelta dei luoghi ed all’utilizzo e consumo dei suoli, nelle varie realtà territoriali.

A tale proposito, l’iniziativa proposta recentemente dall’Architetto Giorgio Massignan, riguardante una “Pianificazione Urbanistica partecipata e collegata con l’utilizzo e consumo del territorio nel Comune di Verona”, credo meriti quindi una dovuta considerazione. E ciò perché dalle pianificazioni urbanistiche nascono e seguono interventi di natura edilizia, che possono diventare motivo di forti contrasti all’interno del “Sistema Paese”, circa la destinazione, l’uso e il consumo dei suoli e dei loro territori.

Una pianificazione urbanistica richiede la conoscenza del territorio e delle essenziali normative di natura civilistica, e fra queste il Piano Regolatore Generale vigente del Comune interessato.


Carta dei Vincoli e della Pianificazione Territoriale foglio n. 4

E ciò al fine di poter scegliere e definire in modo equilibrato, nel rispetto dell’ecosistema, un criterio razionale e soprattutto condiviso con la popolazione per la ridistribuzione e l’utilizzo degli spazi, per salvaguardare gli equilibri degli stessi con le loro naturali caratteristiche, e fra queste le diverse quote o livelli dei suoli, l’esistenza di aree verdi o boschive, la presenza di risorgive e di vie d’acqua, e altro ancora.

Sarebbe buona ed opportuna cosa, però, che prima di pianificare degli interventi di natura urbanistica da realizzare ex novo e che possano intaccare l’entità o il consumo dei territori, privilegiare o valutare l’opportunità di recuperare e riutilizzare gli spazi o le strutture e fabbricati esistenti, e/o da tempo dismessi. E questo anche al fine di risanare luoghi e situazioni da condizioni di degrado, che penalizzano i diversi contesti urbani.

Il recupero di unità immobiliari dismesse dovrebbe diventare, quindi, una sorta di obbligo perché, oramai, sono innumerevoli gli edifici sia di proprietà privata o già appartenenti alle diverse Istituzioni demaniali pubbliche che da tempo, spesso decenni, non sono più utilizzati.

Il loro numero e le dimensioni di queste strutture vuote e abbandonate, infatti, sono impressionanti. E ciò trova conferma da due iniziative recenti. La prima, è emersa nel corso degli adempimenti promossi dalla precedente Amministrazione guidata dal Sindaco Federico Sboarina, relativi alla proposta di una variante, la numero 29, al Piano Regolatore Generale del Comune di Verona e portata avanti dall’Assessore all’Urbanistica l’Architetto Ilaria Segala.

La seconda conferma è stata fornita da una “Indagine” della Confartigianato del Veneto, sul “Patrimonio Immobiliare Pubblico inutilizzato” e di proprietà dello Stato, della Regione, dei Comuni e delle Provincie del Veneto, resa nota lo scorso novembre 2022 e della quale il quotidiano l’Arena, del giorno 9 di quel mese, ne aveva fornito un’ampia descrizione.

3 – AREE, SPAZI, STRUTTURE DISMESSE, ABBANDONATE E DEGRADATE

  La variante numero 29 al Piano Regolatore Generale del Comune di Verona, secondo i proponenti, trovava fondamento dalla legge Regionale del Veneto numero 14 del 2017. Questa legge era stata concepita per contenere il consumo dei suoli nelle aree urbane, anche mediante il recupero, la rigenerazione e la riqualificazione del tessuto urbano esistente, ma non utilizzato, dismesso, oppure abbandonato.

Il Comune di Verona, attraverso questa variante, puntava a recuperare le aree e strutture dismesse, abbandonate e degradate ed oltre un milione di metri quadri di superfici disponibili nel contesto urbano locale.

Secondo notizie rese note nel mese di marzo 2021 dall’assessore alla urbanistica, l’Architetto Ilaria Segala, queste aree e strutture sarebbero risultate sino a quella data circa 150.

Dopo la loro catalogazione, necessaria per proporre future destinazioni, per queste unità immobiliari dismesse sarebbero state presentate e raccolte dall’Amministrazione Comunale circa un centinaio di manifestazioni d’interesse da parte di privati o società di capitali, per una rigenerazione urbanistica di questi spazi e contesti urbani.

Solamente a titolo indicativo ne segnalo alcune:

  • aree ex industriali ed ex cartiere di Basso Acquar
  • area ex Tiberghien e Cantine Pasqua di Viale Venezia
  • area ex OFV (ex Galtarossa)
  • area ex SAPEL di Montorio
  • aree ex Officine e Fonderie Biasi
  • area ex off. Cardi di Chievo
  • le numerose unità immobiliari e gli edifici di proprietà della Fondazione UNICREDIT, situati nel cuore del centro storico: Piazzetta Monte, via Garibaldi, via Rosa, via A. Forti, ecc. già inseriti nel “Piano Folin” e per i quali prima o dopo occorrerà definire una loro possibile destinazione.

Questo immenso patrimonio edilizio dismesso, degradato o abbandonato assume una valenza ancor più grave, quando si tratta di strutture o entità immobiliari già  appartenenti ad Enti pubblici o Demaniali.

Fra queste ricordo:

  • l’ex Tribunale Militare di Porta Pallio e l’ex Ospedale Militare sito in Centro, adiacente alla Valverde
  • le numerose strutture e depositi militari e caserme dismesse, sparse un po’ ovunque sul territorio comunale
  • l’ex Scalo Merci di Verona Porta Nuova-Viale delle Nazioni-Stradone Santa Lucia
  • le ex Officine Costruzioni e Grandi Riparazioni ex FFSS, oltre all’ex Magazzino ricambi ex FFSS-(ora RFI)-di Porta Vescovo e Porto San Pancrazio
  • i palazzi Finanziari di lungadige Capuletti
  • l’area ex Manifattura Tabacchi, ecc.

Fra le altre proprietà pubbliche non utilizzate, vorrei ricordare i 564 alloggi di edilizia popolare di proprietà dell’AGEC di Verona,  nonché i circa 800 appartamenti popolari dell’ATER, non assegnati perché fuori norma, che messi assieme assommano a circa 150.000 metri quadri di superfici non utilizzate (compreso le pertinenze).

Ma, per un dato più completo, richiamo quelli riportati dall’indagine compiuta dalla Confartigianato del Veneto, e pubblicata a pagina 11 del Quotidiano l’Arena di mercoledì 9 novembre 2022.

Questa indagine ha individuato nella Regione Veneto ben 416 fra edifici e strutture vuote, dismesse, abbandonate o destinate a non meglio specificati futuri utilizzi, delle quali 126 di queste unità risultano presenti nel Comune capoluogo di Verona, già facenti parte di strutture pubbliche, come caserme, carceri, ospedali, strutture sanitarie e di cura, scuole, strutture ricettive, edifici residenziali, magazzini e depositi, ed altro ancora.

L’insieme di queste “unità immobiliari private, pubbliche e demaniali” compreso i terreni, i fabbricati residenziali e civili dismessi o abbandonati, nonché’ le diverse strutture per pubblici servizi, depositi ecc. presenti nel nostro comune di Verona, possono essere stimate in oltre 300 unità (escluso gli alloggi AGEC e ATER) con circa oltre due milioni di metri quadrati di superfici, terreni e pertinenze varie non utilizzate (questo computo non tiene conto delle aree e strutture non utilizzate, facenti capo al Consorzio per la Zona Agricola Industriale-Quadrante Europa-esistenti nella ZAI storica, al Quadrante Europa, alla Bassona e nella località la Marangona).

4 – PER VERONA UN FUTURO CARICO DI INCOGNITE

  Se guardiamo quali prospettive potrebbero aprirsi per il futuro di Verona, credo che difficilmente sarà possibile delineare un quadro di riferimento e di fattibilità credibile per il futuro della nostra comunità. E ciò anche in relazione alle diverse situazioni aperte da decenni, e senza vedere attualmente per queste alcun sbocco: in un verso oppure in un altro.

Mi riferisco a problemi noti, per i quali sin dagli anni 1980 le diverse amministrazioni succedutesi nel corso degli anni, dal 1980 ad oggi e guidate da: Gabriele Sboarina, Aldo Sala, Enzo Erminero, dal Commissario Prefettizio Alberto De Muro, e poi da Michela Sironi Mariotti, Paolo Zanotto, Flavio Tosi, Federico Sboarina ed oggi da Damiano Tommasi, hanno tutte pressoché fallito sui diversi fronti: Ca del Bue, Arsenale, Traforo, Tranvia… ed altre storie ancora; e, senza voler oggi, far alcun cenno alle circa cento Società Pubbliche partecipate e controllate dal Comune di Verona. Ricordo solamente che per alcune di queste vi sono persino in corso delle indagini da parte della Magistratura (Fondazione Arena, Ente Fiera…).

C’è un ulteriore dato che dovrebbe far riflettere gli Amministratori e la cosiddetta “Società Civile”. Questo riguarda la composizione della popolazione veronese, oggi caratterizzata da una componente sempre più numerosa di persone anziane, da una persistente denatalità, e nel contempo dalla presenza di cittadini stranieri, sempre più numerosi.

I dati dimostrano, infatti, che nel 2023 la popolazione residente nel Comune di Verona risulta di 264.475 residenti, dei quali 35.263 sono cittadini stranieri, iscritti all’anagrafe della Municipalità. Senza questi stranieri i veronesi risulterebbero 229.212 unità, ben inferiori di 36.983 abitanti che risultavano dal censimento del 1971, vale a dire cinquant’anni fa!

Quindi, difronte a possibili ulteriori modifiche dei diversi assetti territoriali, quali la residenzialità, i servizi collettivi come la sanità, i trasporti, le scuole di ogni ordine e grado, il turismo, ed altro ancora, eventuali interventi urbanistici, non collegati a precise pianificazioni condivise riguardanti il territorio, potrebbero determinare, in futuro, un’imprevista ma possibile “bolla immobiliare”.

Per le ragioni espresse nei quattro punti di questa riflessione, confido che il buon senso possa guidare le scelte prossime e future della classe politica e degli amministratori pubblici, affinché queste privilegino interventi di recupero e trasformazione delle situazioni esistenti, salvaguardando in tal modo il nostro territorio.

 

Giuseppe Braga – Già Segretario Generale SICET CISL di Verona
Veronapolis

Verona, 20 ottobre 2023

One comment

  1. Leggo e rileggo questa ricca e documentata rassegna, per la quale ringrazio. Il passato e il presente come stanno diventando sempre più lontani e difformi, per lo meno ai nostri occhi di anzian*, che, peraltro, non tutto possono dire di avere visto, e non tutto possono dire di poter prevedere o interpetare. Alberto Tomiolo, giorni fa, di fronte alle mie doglianze per la chiusura della chiesa di Santa Maria della Scala, mi raccontava di come l’assetto delle limitrofe vie e della piazzetta Nogara fosse, quando lui era piccolo, tutt’altro da quello che ora appare. C’era persino il “Ponte dei sospiri”, che veniva percorso dai padri Serviti, perché collegava la chiesa della Scala al convento. E si chiamava piazzetta, la Nogara (noce?), perché non era quell’obbrobrio cavernicolo che ora vediamo. Quanto al presente intriso di velenoso futuro, penso e ripenso alle parole del Procuratore Raffaele Tito, circa la presenza consolidata delle mafie, in ambito veronese. Ora, sarà pur vero quello che dice il dottor Tito, e cioè che occorre dotarsi di metodi d’indagine e di repressione ‘nuovi’, e cioè, immagino, più duttili e adatti alle moderne insidie. Eppure, da semplice abitante di questa città, non posso non vedere che quello che cresce a dismisura è la somministrazione di cibo e di bevande. Negli esercizi commerciali preposti, è tutto in regola? Non si possono esercitare, alla maniera antica, controlli molteplici? Regolarità contributiva e fiscale, rispetto delle norme sicurezza sui luoghi di lavoro, rispetto dell’occupazione di suolo pubblico, controlli igienici, a partire da quelli che riguardano le canne fumarie e l’emissione degli odorigeni, potenzialmente cancerogeni. Lo sento solo io il fetore e il rumore emesso da un nuovo locale, nell’angolo d’una via centralissima? Quelli che ci abitano attorno, tutti sordi e anosmici? Se, per quanto riguarda il passato, avverto una distanza che mi pare incolmabile, per quanto riguarda il presente, e i suoi gravissimi problemi, mi sembra che in tanti, in troppi vivano sulla luna. Un giretto per Verona, una sosta qua e là, avendo al fianco qualche residente, non vi aiuterebbe a capire, o voi che amministrate e regolate? Oppure, al contrario, lasciamo fare, appena possibile? Non vi sfiora il dubbio che un generale lassismo (compreso quello che accoglie i monopattini) sia la migliore rassicurazione, il miglior viatico per le mafie?

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