
Non ho mai capito perché al generale Luigi Cadorna si siano intitolate piazze, piazzali e vie.
Il generale Cadorna è noto per avere guidato il Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, dal maggio del 1915 fino alla drammatica disfatta di Caporetto nell’autunno del 1917.
Durante i circa due anni e mezzo di comando, aveva basato la sua strategia sull’ottocentesco attacco frontale a oltranza, costringendo masse di soldati ad affrontare le trincee nemiche difese dalle mitragliatrici.
Sul fronte del fiume Isonzo ordinò undici offensive consecutive contro le posizioni fortificate austro-ungariche, che provocarono la morte e la mutilazione di centinaia di migliaia di soldati, per guadagnare pochi metri di territorio.
Caratterizzarono il comando di Luigi Cadorna l’indifferenza per la mattanza dei suoi soldati, considerati “carne da cannone”, la sua spietata disciplina basata sulla coercizione fisica e sul terrore psicologico, la sua scelta dottrinale, che considerava la cieca obbedienza come unico modo per tenere unito un esercito di fanti contadini provenienti da tante regioni italiane, con dialetti e usanze diverse, spesso analfabeti e forse privi di un sentimento patriottico.
Nel panorama degli eserciti occidentali della Prima Guerra Mondiale, la spietatezza delle sue pratiche repressive fu unica, per frequenza e ferocia.
Solo l’Italia applicò sistematicamente la decimazione, introdotta da Cadorna nel novembre 1916, per punire quei reparti che si fossero ritirati senza ordini o che rivelassero manifestazioni di insubordinazione. In quei casi, se non si fossero trovati i singoli responsabili, si sarebbero estratti a sorte un soldato ogni dieci tra quelli schierati, per essere fucilati.
I tribunali militari italiani emisero il più alto numero di fucilazioni di tutto il fronte occidentale, oltre 4.000, delle quali, 2967 in contumacia; ne furono eseguite circa 750.
A queste esecuzioni si devono aggiungere le centinaia compiute sul campo senza processo, autorizzate direttamente da Cadorna per “mantenere l’ordine immediato”.
Il generale, nella circolare n. 3525 del 1915, ordinò agli ufficiali di vigilare sul morale dei soldati con le armi in pugno, inviando queste disposizioni: “Ogni superiore ha il sacro dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi.”
Ad alcuni reparti di carabinieri e di soldati, armati di mitragliatrici, fu ordinato di posizionarsi dietro le linee d’assalto italiane e di sparare sui propri compagni se questi avessero esitato ad uscire dalle trincee o accennato a ritirarsi.
Un altro aspetto della sua spietatezza riguardò il trattamento dei circa 600.000 soldati italiani catturati dal nemico. Cadorna era ossessionato dall’idea che i soldati si arrendessero per evitare la morte in trincea e definiva i prigionieri come imboscati o traditori.
Per demotivare la resa, bloccò gli aiuti alimentari e i pacchi della Croce Rossa diretti ai campi di prigionia austriaci e tedeschi.
Questo ordine di Cadorna causò la morte per fame e stenti di circa 100.000 prigionieri italiani, un numero molto superiore a quello dei prigionieri britannici o francesi.
Le pratiche brutali del generale ebbero l’effetto opposto a quello sperato.
Anziché favorire la compattezza dell’esercito, l’autoritarismo esasperato provocò una frattura tra l’alto comando e la truppa.
Nel 1917, i reparti nemici sfondarono a Caporetto, ma il crollo non fu solo tattico, ma anche mentale.
Migliaia di soldati spossati da un comando che li considerava carne da cannone da governare con il terrore, si arresero e gettarono le armi al nemico, non per viltà, ma per sfinimento.
Dopo Caporetto, Cadorna accusò di codardia o di disfattismo i reparti e si autoassolse per i suoi errori strategici e per la gestione fallimentare della ritirata.
L’8 novembre 1917 Cadorna fu rimosso dal comando e sostituito dal generale Armando Diaz, che sostituì la gestione del terrore con una radicale ricostruzione psicologica e materiale del rapporto con i soldati, non più trattati come sudditi da punire, ma come cittadini da motivare.
Bloccò le decimazioni, le esecuzioni sommarie e i sorteggi.
Iniziò una maggiore vicinanza dei comandi alle truppe, e lo stesso Diaz, con il suo stato maggiore, visitò regolarmente le trincee della prima linea, per ascoltare e sostenere i soldati e non per punirli come faceva Cadorna.
Il diverso rapporto dei comandi con la truppa, il senso del pericolo per le proprie case che dovevano essere difese dagli invasori e un cambio radicale delle tattiche militari, trasformò l’esercito italiano.
Nel giugno del 1918, nella Battaglia del Solstizio, lo stesso esercito che, pochi mesi prima, era crollato a Caporetto, resistette all’ultima grande offensiva austriaca, con tenacia, coraggio e valore straordinari per poi passare al contrattacco definitivo a Vittorio Veneto.
La svolta di Diaz dimostrò che il rispetto della dignità umana e la motivazione psicologica erano armi molto più efficaci della violenza e del terrore di Cadorna.
Incomprensibilmente, nel 1924, il regime fascista decise di riabilitare parzialmente la figura di Cadorna per motivi patriottici, nominandolo Maresciallo d’Italia.
Anche a Verona c’è un noto piazzale centrale intitolato al generale Luigi Cadorna, sarebbe opportuno cambiarne l’intitolazione.
Giorgio Massignan
