LE PERIFERIE

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Il tema delle periferie urbane è stato dibattuto sin dai primi decenni del secondo dopoguerra.

Intorno alla metà degli anni ’60 si accese un ampio confronto tra esperti urbanisti su come realizzare dei sistemi residenziali forniti dei servizi necessari per la loro autosufficienza.

In alcune città italiane ci furono vari tentativi di attuare quei concetti su cui si basavano alcune tendenze urbanistiche novecentesche, che indicavano nella costruzione di nuovi e moderni complessi in periferia, la soluzione ideale per l’inserimento sostenibile delle classi sociali meno abbienti nel tessuto urbano cittadino.

Nella teoria, quei borghi racchiusi in grandi blocchi abitativi, avrebbero dovuto funzionare e risolvere il problema dei grandi insediamenti urbani e per rispondere al fenomeno degli spostamenti migratori interni e dell’espansione delle città.

Ma non fu così, e si rivelarono dei fallimenti, sia perché i progetti originali non vennero completati interamente, trascurando le parti non abitative con i previsti servizi collettivi e un adeguato inserimento urbanistico, sia perché non si possono considerare gli esseri umani come dei numeri da inserire in una sorta di macchina edilizio-urbanistica.

Esempi come: il Gallaratese (architetti Aymonino, Rossi) a Milano, lo Zen (architetto Gregotti) a Palermo, il Corviale (architetti Fiorentino, Gorio, Lugli, Sterbini e Valori) a Roma, o le Vele di Scampia a Napoli (architetto Di Salvo), purtroppo hanno dato risultati socialmente sconcertanti.

La carenza della manutenzione dei fabbricati, l’abusivismo e la microcriminalità, hanno contribuito a confermare il concetto di periferia come luogo in cui si sviluppa il disagio sociale e l’emarginazione.

Si è anche dimostrato come sia difficile, se non impossibile, poter controllare con i soli strumenti tecnici dell’urbanistica e dell’architettura, i modelli urbani di crescita.

Sono necessarie valutazioni sociali, economiche e culturali, ma soprattutto serve la partecipazione attiva dei futuri utenti alla progettazione e realizzazione dei progetti.

Non esiste il demiurgo in grado di risolvere le problematiche di un settore della società attraverso le sole categorie architettoniche.

Il risultato di questo modello di pianificazione ha relegato le categorie sociali più fragili e meno abbienti in grandi e anonime strutture edilizie nelle periferie e consentito ai cosiddetti investitori privati di intervenire nelle aree più pregiate e maggiormente redditizie.

Giorgio Massignan

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