
Generalmente si considerano le città come povere di natura e nello stesso tempo si ritiene che le piante selvatiche che vi crescono, chiamata anche vegetazione infestante, siano la rappresentazione del degrado. Le zone marginali della città, le aree ferroviarie e industriali dismesse, le aree spartitraffico, le fortificazioni cittadine contengono quelle piante spontanee che per generazioni abbiamo cercato in tutti i modi di eliminare senza preoccuparci di capire i meccanismi che le hanno portate in questi luoghi e dei benefici che ci potrebbero dare. Nel suo libro ‘Giungla Urbana’ Ben Wilson racconta che ancora nel 1957 due botanici, Scholz e Sukopp, censirono in un’area abbandonata di Berlino la presenza di ben 140 specie di piante da seme e 200 specie di insetti. Al contrario i prati rasati e gli arbusti curati nel vicino parco ospitavano un quarto delle specie in un’area delle stesse dimensioni. La ricerca dei due botanici rivelò che i luoghi marginali della città possedevano un patrimonio di biodiversità stupefacente.
Oggi con l’emergenza del cambiamento climatico le piante selvatiche si stanno rivelando delle maestre di sopravvivenza. Basti pensare che s’insediano in un luogo avendo alle spalle millenni di prove dove hanno messo a punto raffinate tecniche di adattamento. In un’area inselvatichita come potrebbe essere uno degli spazi tra le fortificazioni cittadine, gli alberi piantati dagli uomini si sono integrati negli anni con specie vegetali spontanee creando piccoli ecosistemi che, studiati, potrebbero rivelarsi sorprendenti per la loro capacità di resilienza e adattamento all’ambiente urbano. Siepi miste con bacche, aree umide, grandi alberi ospitano uccelli, insetti, anfibi, scrigni di vita che resistono meglio sia agli estremi del caldo che ai nubifragi.
Le piante coltivate invece passano dal vivaio curato al luogo di impianto spesso inidoneo ad accoglierle, in modo veloce e traumatico, ed hanno bisogno di anni per adattarsi al nuovo ambiente.
Tuttavia nelle nostre città prevale ancora l’idea che per realizzare un nuovo parco sia necessario eliminare la vegetazione in essere, sia spontanea che introdotta, perché si teme che sfugga al controllo e crei disordine, senza considerare che questo apparente disordine è alla base della vita. Si crede che alberi monospecifici e prati rasati siano più in sintonia con l’ambiente urbano e più gestibili. Ma la guerra alla biodiversità è costosa per il contribuente perché la manutenzione delle aree verdi patinate deve essere puntuale e specializzata, spesso inquina per l’uso di prodotti chimici e attrezzature, ma soprattutto impoverisce l’ambiente in quanto elimina piante e animali prima ancora di conoscerli.
Ben Wilson segnala che città come New York, Londra, Berlino, Bangalore, Francoforte, Dallas, Delhi, Singapore stanno sperimentando un nuovo rapporto con la natura selvatica che sta diventando un tratto caratteristico delle città moderne. Infine ci ricorda che le città ospitano più biodiversità della campagna che le circonda perché l’agricoltura ha alterato il rapporto con la natura mentre in città le specie vegetali e animali hanno trovato rifugio suggerendoci una nuova via di fronte ai cambiamenti climatici.
Alberto Ballestriero
Vice presidente VeronaPolis
